Storie di straordinaria speranza a Kisangani

Pross con bambini in braccioGiovanni Pross, missionario dehoniano, da anni a Kisangani (RDC) è responsabile delle Maison St. Laurent e Maison Ste. Bakhita: due case di accoglienza per bambine e bambini di strada. Qui ci racconta alcune piccole storie, storie di sofferenza ma anche di speranza perché l’amore seminato è sempre prodigo di frutti.

I nomi delle persone menzionate nel testo seguente sono di pura fantasia .

Vedi album foto centri di accoglienza St. Laurent, Ste Bakhita, St.Vincent

Carissimi Amici, vorrei condividere con voi alcune storie.

La storia di Félicien, un ragazzo di 16 anni
La prima è la storia di Félicien, un ragazzo di 16 anni che da tempo chiedeva una udienza particolare con me. Due anni fa approda dalla strada alla Maison St. Laurent. I suoi genitori hanno divorziato e la mamma è andata a Kinshasa con l’ultimo dei tre figli. La sorella maggiore, 19 anni, è sposata e quindi già fuori casa. Intanto il papà trova un’altra donna con la quale ha un altro figlio. Le cose non vanno bene e allora caccia questa seconda moglie e ne prende una terza, con la quale ha tre figli. Félicien è costretto a ‘emigrare’ e andare a vivere da una zia. Questa frequenta una setta. Una mattina dice di aver avuto una visione durante la notte, nella quale ha capito che Félicien è un ‘sorcier’ (stregone). Lo porta subito da un sedicente ‘Pastore’ che dice di avere il potere di liberare da certi spiriti, ma dopo la preghiera del ciarlatano, il verdetto è negativo: Félicien non è stregone. Non resta che riportarlo a casa della zia. Questa non lo vuole  e lo affida alla polizia che lo accoglie, lo spoglia di quello cha ha e lo rilascia. Félicien si trova sulla strada, ma non ha niente da spartire con l’identità del ‘ragazzo di strada’. Si  unisce allora ad un gruppo che vive e ‘opera’ vicino al mercato centrale in un posto che è chiamato ‘aerobase’. Bruno, un educatore della Maison St. Laurent, lo incontra e così arriva da noi. Nel suo cammino scolastico ha avuto un periodo vuoto perché la zia non poteva pagargli né l’iscrizione né niente altro. A St. Laurent recupera con il corso di alfabetizzazione di II livello ed è iscritto alla scuola più seria e più esigente della città, gestita dai miei confratelli, l’Institut Maele. In effetti Félicien ha una intelligenza brillante. Perché tutta questa storia? Perché nel suo colloquio con me, Félicien mi dice che vuole diventare sacerdote. E lo dice con molta convinzione. Anzi, dice che vuole essere Missionario. E’ appena stato battezzato a Pasqua e riceverà la Cresima tra due mesi. Non gli metto fretta, e gli faccio un programma di accompagnamento, così da camminare un po’ insieme e scoprire quello che il Signore vuole veramente.

La storia di ‘Merveille’(in italiano Meraviglia)
L’altro ieri Fidel, mio collaboratore, mi telefona e mi annuncia che la Polizia ha portato un neonato di circa un mese alla Maison Bakhita. Piove a dirotto. Gli dico di raggiungermi e assieme andiamo alla Maison Bakhita. Troviamo le ragazze che sembrano giocare a bambole con Merveille, una creatura minutissima, invisibile perché avvolta in un panno bianco. Non usciamo nemmeno dalla macchina a causa della pioggia, e ci passano la bambina dal finestrino. Mi preparo a sentire la musica del pianto di Merveille, che invece rimane buonissima: Fidel le ha messo un dito in bocca e lei continua a succhiarlo. Durante il tragitto Fidel mi racconta come nel pomeriggio ha potuto rintracciare la famiglia della mamma di Merveille e ottenere che la nonna la accolga. La mamma, Sophie, molto giovane, aveva avuto Merveille da un rapporto con un ragazzo di strada poco più che ventenne. Questo si trova in prigione da qualche giorno. Sophie va a fargli visita nel primo pomeriggio. Gli mostra Merveille e gliela fa tenere in braccio. All’improvviso gli dice che esce per comperare qualcosa da mangiare ma sparisce, lasciando il papà con la creatura. Visto che Sophie non ritorna, il papà avverte le guardie della prigione che prendono Merveille, la consegnano alla Polizia e questa a noi. Arriviamo intanto dalla famiglia di Sophie. Piove sempre, si scivola come sul ghiaccio, ma riusciamo a trovare un sentiero nel buio pesto. Nella capanna ci saranno una dozzina di persone. Bambini, adulti e vecchi. In una scatola vuota di sardine c’è un po’ d’olio che brucia. L’unica luce della casa. Luce piccola, ma abbastanza forte per vedere la bellezza del volto di Merveille che si guarda attorno e continua a non piangere. Mai nome è stato più azzeccato. Questa bimba è proprio una meraviglia! Un ragazzo corre fuori e si mette a gridare: Sophie! Sophie! Nessuno risponde. La nonna ci spiega che Sophie era lì fino a qualche minuto prima. Traccio un segno di croce sulla fronte di Merveille, ci assicuriamo che sia in buone mani e salutiamo tutti. Uscendo, dentro di me prego il Signore che Sophie ritorni sui suoi passi e riprenda la bambina.

La storia di Tresor

Un fatto che ho vissuto qualche settimana fa. Sembra banale, ma per me è un segno della presenza del Signore che cambia i cuori facendoli diventare capaci di amare.

Sono alla ricerca di un tecnico per riparare il frigo che si era rotto, e mi accingo a parcheggiare. Intravedo un vigile e mi aspetto già una storia per poter avere dei soldi. Ho tutti i documenti della macchina con me, non c’è divieto di sosta, ma se vuole trovare una scusa per una contravvenzione, penso alla lampadina dello stop che mi hanno rubato rompendo il vetro di protezione qualche giorno fa. Mi sto rassegnando, quando il vigile mi fa un sorriso largo tutta la bocca e mi saluta col saluto militare:’buongiorno, padre Giovanni!’ Io, freddo e sospettoso, mi avvicino a lui. Quando gli sto chiedendo cosa vuole cercare per potermi fare una multa, mi tende la mano e mi dice: ‘sono Trésor, un vecchio ospite della Maison St. Laurent’. Mi ci vogliono almeno cinque secondi per fare il punto della situazione e tornare indietro di 15 anni, per riconoscere Trésor-la peste, uno del primo gruppo di ragazzi di strada che abbiamo accolto alla Maison St. Laurent. Era sempre stato impossibile convincerlo di andare a scuola, ma almeno l’alfabetizzazione e le scuole elementari le aveva fatte. Gli manifesto tutto il mio stupore nel vederlo con la camicia gialla e i pantaloni blu della brigata stradale. In due minuti mi racconta di aver fatto la formazione alla capitale e di aver superato l’esame per entrare nella brigata. Ancora più meravigliato, gli chiedo come ha fatto a superare l’esame, anche se conosco di che livello si tratta. Mi risponde:’Padre, se non fosse stato per te che mi hai fatto imparare a leggere e a scrivere, non sarei mai arrivato a questo punto. Te ne sono veramente grato. Quei rudimenti scolastici mi hanno permesso di continuare a studiare e di fare il corso per entrare in questo servizio’. Commosso, lo complimento e gli raccomando di non tormentare per niente i ciclisti, i motociclisti e gli automobilisti. Mi promette di venirmi a trovare e mi saluta ancora col saluto militare. Dentro di me, con un filo di opportunismo, mi dico che ora sono al coperto: quando avrò problemi con la stradale saprò a chi rivolgermi. Dentro di me c’è una grande gioia. Anzitutto per vedere un ragazzo ormai perso per la società, reintegrato e, forse, utile. Poi, per aver visto la sua sincera riconoscenza. Quel ‘grazie’ che Trésor mi ha detto vale più di qualsiasi cosa. In giornata ne parlo con gli educatori della Maison St. Laurent perchè il ‘grazie’ è soprattutto per loro. Sono loro che hanno fatto i corsi di alfabetizzazione, che si sono accollati ricerche quotidiane in città quando i nostri ragazzi se ne andavano al mercato per rubare qualcosa o per fumare un po’ di canapa. All’epoca di Trésor avevamo solo una ventina di ragazzi. Oggi ne abbiamo 93 e, con l’apertura delle due nuove case, abbiamo anche 46 ragazze.

Con l’équipe degli educatori e delle educatrici stiamo dando tutto per aiutare questi ragazzi, spesso abbandonati sulla strada con l’accusa di essere stregoni e di aver fatto morire dei membri di famiglia.

Cerchiamo di aiutare anche dei ragazzi che non possono pagare la scuola e che sarebbero sulla strada se non pagassimo l’iscrizione e il minimo di materiale scolastico. In tutto aiutiamo attorno ai 200 ragazzi/e. Non voglio credere che Trésor sia come il solo lebbroso sui dieci guariti che è tornato a ringraziare Gesù. Ma se anche così fosse, ciò che importa è che questi ragazzi ricevano qualcosa di positivo per la loro vita.

Dicevo che siamo una équipe, ma cosa saremmo se non ci fosse tanta gente che anche da lontano ci sostiene con la preghiera e con la solidarietà?

Trésor e tutti gli altri dicono GRAZIE anche a voi. Vi chiediamo una preghiera perchè arriviamo a capire che Missione è: evangelizzare e insieme promuovere la persona. Non ho chiesto a Trésor se va a Messa alla domenica. Ma sono quasi sicuro che non sarà come tutti gli altri della polizia che trovano sempre un’occasione per avere dei soldi anche da coloro che non hanno commesso nessuna infrazione.

La storia di Pascal

Sono nato in un cantiere della società che gestisce le strade. In un posto lontano dalla città. Il papà lavorava per questa società statale e aveva incontrato mia mamma lungo la strada. La mamma era handicappata. Alla fine del suo lavoro sulla strada, il papà ha lasciato la mamma incinta. Sono quindi nato in assenza del papà. Diventato ragazzo, la mamma ha deciso di mandarmi a Kisangani, dai suoi parenti, per poi raggiungere papà che, a sua volta aveva già un’altra donna ed altri figli. La famiglia della mamma aveva tentato a più riprese una mediazione col papà, ma senza successo. Infatti questo non mi voleva a casa sua. La mediazione andava per le lunghe e non si arrivava ad una conclusione. La sorella della mamma, presso la quale restavo, mi faceva capire che ero di troppo, e mi perseguitava regolarmente. Non riuscivo più a sopportare questa situazione ed allora presi la decisione di andarmene. Quella sera non sapevo dove rifugiarmi. Escludevo a priori di andare presso un altro membro di famiglia perché la mia fama era già sporca. Andai a vivere sulla strada. Incominciai dal quartiere Mangobo con la speranza di trovare un posto dove dormire almeno per quella notte. Verso le 23,00 ho scopro che c’è un lutto in un cortile.  Entro, senza conoscere  nessuno, mi metto su una panca, e mi addormento subito. La stanchezza era enorme. Ad un certo momento il padrone della casa fa un giro del suo cortile e mi trova addormentato. Non mi conosce e subito non esita a pensare che quel ragazzo sconosciuto è proprio il presunto stregone, autore della morte di suo figlio. Sì, la forza della preghiera della gente che partecipa al lutto ha fatto cadere come d’incanto l’autore di questa morte nel suo cortile. Grida ad lata voce e la gente accorre attorno a me svegliandomi brutalmente. Mi chiedono se è vero che sono stregone. Uno mi schiaffeggia con violenza facendomi cadere a terra. Dalla mia bocca esce, quasi automaticamente, come unica difesa, l’affermazione ‘si, sono stregone’. Le botte continuano a piovere su di me, e nessuno viene in mio aiuto. Finalmente mi prendono e mi accompagnano alla sede del quartiere. All’indomani la notizia passa alla radio locale e a quella nazionale. In poco tempo la sede del quartiere è presa d’assalto da centinaia di persone, curiose di vedere faccia a faccia il grande stregone, caduto dal nulla. Da questo Momento l’unico mio domicilio è la strada, precisamente al mercato centrale di Kisangani. Finalmente incontro altri ragazzi che mi indicano la Maison St. Laurent.  Finite le scuole professionali volevo realizzare il mio sogno di andare in Cameroun a giocare a calcio. Dicono che sono bravo. Purtroppo non ne avevo i mezzi. Ora sono a Beni, all’Est del Congo, dove gioco e guadagno appena per sfamarmi.

Bambini stregoni volanti?

E’ accaduto poco più di un mese fa. Una donna, Maria, che avevo visto in prigione circa dodici anni fa mi viene a trovare. Mi chiede se può venire alla prigione con me e con i miei collaboratori la domenica successiva. Al mio stupore risponde raccontando una storia. Vuole andare a trovare un suo parente che è stato arrestato il giorno prima. Sapendo che chi entra alla prigione per visitare i parenti reclusi deve pagare all’entrata o lasciarvi qualcosa di quello che vuole portare all’interno, chiede se può entrare con il nostro gruppo. Le ho risposto affermativamente, ma le ho chiesto anche perché questo suo parente era stato arrestato. Con la semplicità di chi dice una cosa scontata, impossibile a contraddire, incomincia il racconto.

Un uomo della sua tribù, che abita non lontano da lei in un quartiere periferico della città, aveva due figli. Uno di 8 anni e uno di 10. La loro mamma aveva già lasciato questo uomo perché impossibile da sopportare. I due ragazzini vivevano dunque con questo papà che non mostrava affatto troppa preoccupazione nei loro confronti. Un giorno, forse per liberarsene, questo uomo va a trovare il pastore di una setta e gli racconta che i suoi figli non intendono niente, sono discoli, non vanno a scuola…Il pastore, non so per quale ispirazione, fa la sua diagnosi ed  emette il verdetto scontato: questi due ragazzini sono stregoni. Possiedono gli spiriti maligni e possono uccidere, anche a distanza, ‘volando’, la notte, in altre città. Probabilmente hanno già fatto qualche vittima. Se dunque le cose non vanno bene in casa, la colpa è loro. Il papà ritorna a casa, prende i due figli, li porta fuori del quartiere, scava una grossa buca, molto profonda, e nella notte ve li mette dentro, dopo averli legati. Riempie la buca di terra, e li uccide, così, sotterrandoli vivi. Poi sparisce dalla circolazione. Il solo testimone del fatto è questo parente di Maria che ora è in prigione, accusato di complicità, a disposizione per ulteriori accertamenti. Il racconto di Maria scorreva liscio, uscito dalla bocca e dal cuore di chi sapeva di raccontare una cosa normale, inattaccabile.

Avevo sentito altre storie di questo tipo. Alla Maison St. Laurent e ste Bakhita abbiamo molti ragazzini vittime di queste accuse, scappati dalle loro famiglie per non essere eliminati. Tuttavia questa storia superava tutti i limiti dell’immaginabile. Inutile convincere Maria dell’innocenza dei bambini. Inutile pure affermare che quell’uomo ha commesso un crimine impensabile, disumano.

Quante volte ci siamo chiesto, i miei collaboratori ed io, cosa si possa fare per togliere questa credenza! Quante analisi fatte per vedere da dove può venire questa facilità di condanna nei confronti di bambini e ragazzi innocenti, con la sola colpa(?) di essere nati in famiglie dove non c’è amore, dove non c’è istruzione, dove manca il minimo per sopravvivere!!!

Di fronte a queste situazioni le soluzioni non sono facilmente trovabili. Noi, con la casa St. Laurent e con la casa Ste Bakhita, cerchiamo di dare una pallida idea di cosa sia l’amore. Ma che fatica! E’ faticoso soprattutto ora che i funzionari statali cercano soldi in ogni direzione perché non sono pagati e trovano ogni pretesto per estorcere qualcosa. Se qualcuno mette in piedi una piccola attività per migliorare il suo tenore di vita e nello stesso tempo incrementare lo sviluppo, è subito tassato, come fosse diventato milionario in un attimo. So di fare una affermazione forte, ma in questi tempi, in Congo, chi vuol fare del bene deve pagare.

Gedeone: una storia triste

Nel quartiere dietro il vecchio aeroporto Gedeone(sei anni), Gianluca(forse 7-8 anni) e Mirella non godono una bella fama. Tutte le disgrazie del quartiere cadono su di loro. Diventano il capro espiatorio per tutto ciò che di negativo succede. L’accusa è che sono stregoni e che fanno tutto il male che vogliono, a chiunque. Vivono con la mamma. Del papà nessuna traccia.

Tempo fa il piccolo gruppo elettrogeno del capo del quartiere aveva un guasto. Non c’era verso di farlo funzionare. Gedeone e Gianluca erano attorno a quel mezzo, incuriositi come ogni bambino davanti ad un mezzo meccanico. La gente non ci mette molto a dire che sono loro ad avere fatto il malocchio e causato questo problema. Qualche giorno più tardi il capo quartiere si ammala. Un’altra occasione a conferma della loro ‘stregoneria’. Infine questo capo muore.

Una notte un gruppo di malintenzionati si decide di farla finita. Quei piccoli stregoni devono morire. Partono con delle torce e appiccano il fuoco alla capanna dove si riposano assieme alla mamma. Il fuoco divora il tetto di paglia in un baleno. La mamma si accorge del pericolo. Apre la porta. Gedeone e Gianluca riescono a scappare, ma quando la mamma raggiunge Mirella, di appena 4 anni, questa è già sotto un tizzone ardente e strilla con tutta la voce che possiede. La mamma riesce a salvarla per un pelo.

All’alba porta la piccola all’ospedale, e, alla luce del giorno, sembra che la situazione non sia tanto grave. Ma se non si paga non si cura. La mamma cerca di racimolare qualcosa perché i medici incomincino a curarla. A dire il vero questa donna si dà da fare. Alleva qualche maiale e riesce a tirare a campare. Non raccoglie molto, ma può bastare per invogliare i medici ad agire. Invece a sera non le si è fatto ancora niente. Due giorni dopo muore. Dalle nostre investigazioni, sembra che nessuno volesse salvarla perché si trattava di una … strega.

La polizia intanto ha ritrovato Gedeone e Gianluca e li porta alla nostra casa St. Laurent. Il loro inserimento non dà nessun problema. Gli altri ragazzini li accolgono come dei nuovi ‘casi’.

Due giorni dopo il loro arrivo incominciano a chiedere notizie della mamma e della sorellina. Vogliono incontrarle. L’educatore che li segue tergiversa un po’, ma la richiesta si fa sempre più insistente col passare del tempo. Si dice loro che sono all’ospedale ma che presto le incontreranno.

Una settimana dopo l’accaduto, la polizia dei minori ci telefona e ci passa la mamma dei due ragazzini. Dice che la piccola Mirella non è stata ancora seppellita e si trova all’obitorio in attesa del funerale. La nostra risposta è semplice. Ci siamo caricati dei due fratellini, e ci sembra che lo Stato, o chi per lui, si prenda carico della piccola e del suo funerale. Il messaggio non passa perché all’indomani la stessa telefonata si ripete. Finalmente, grazie all’intervento della Croce Rossa, la bambina trova degna sepoltura, quasi due settimane dopo la morte.

La domenica successiva a questi fatti, il Vangelo, dopo le istruzioni riguardo al divorzio e ai rapporti in famiglia, ci mostra Gesù che abbraccia i bambini e li presenta a tutti come modelli per accogliere il Regno di Dio. E’ uno scandalo: per gli Ebrei un bambino fino all’età dei 12 anni non conta nulla. Eppure Gesù spezza questa catena di credenze legate ad una cultura per tanti aspetti retrograda, e fa del bambino un modello di discepolo, come tante volte lo ha fatto delle donne, altra categoria disprezzata.

Alla celebrazione eucaristica la chiesa è piena. Sembra proprio che la lettura del Vangelo sia adatta agli avvenimenti della settimana passata. Pongo una domanda: come possiamo condannare dei piccoli di stregoneria, se Gesù li ha scelti come modello, come l’esempio di innocenza assoluta? Con questa domanda termino l’omelia, ma vorrei ascoltare le loro risposte. Forse, nel mio inconscio ho agito così perché davo per scontata la risposta. Purtroppo anche tanti cristiani non si sono ancora liberati di certi retaggi culturali che fanno a pugni con il Vangelo. Abbiamo tanto letto e ascoltato sulla necessità di inculturare il messaggio evangelico, ma credo che si debba anche evangelizzare la cultura. Tutte le culture, anche quelle occidentali o del Nord del mondo, perché tanti aspetti non si aprono all’azione rinnovatrice della Parola di Dio.

Vi chiedo una preghiera per la piccola Mirella che certamente è tra le braccia del Padre, per Gedeone e Gianluca che devono far fronte alla notizia della morte della sorellina, per la loro mamma che per certa gente sarà sempre la mamma di stregoni, ed anche per il papà ‘assente’. Chissà se alla notizia dell’accaduto si sarà reso conto che ha dei figli!?!

Chiedo al Signore di darmi un po’ della sua misericordia per accogliere le piccole vittime di queste deviazioni culturali di comodo, e di avere il coraggio di denunciarle, con rispetto, ma con fermezza. Sono certo che anche voi pregherete per questo, e ve ne ringrazio.

La storia di Cisca: un bagliore di speranza

Non è giusto che vi scriva solo a proposito di difficoltà. E allora ecco un bagliore di speranza che va al di là dei miei problemi personali.

Da tempo cerchiamo una soluzione per una ragazza, Cisca, di 13-14 anni, cacciata da casa alcuni anni fa perché sospettata di essere strega. I contatti che i nostri educatori hanno con la famiglia danno risultati scoraggianti. I parenti di Cisca non offrono nemmeno una sedia per poter incominciare un dialogo. Non vogliono sentire parlare di questa ragazza. Per noi questo vuol dire avere un problema per diversi anni. A chi affidarla? Ha fatto solo un po’ di alfabetizzazione e ha finito le elementari. Non ha testa per poter continuare a studiare, e allora abbiamo cercato di far leva sulla sua capacità di estetista. Sa acconciare le teste delle sue amiche e ha del gusto per il trucco al viso. Abbiamo cercato una scuola di estetica. L’abbiamo trovata. Chi è stato qui sa cosa vuol dire una capanna. Se poi aggiungete che in essa ci sono solo due banchi per una dozzina di ragazze, pavimento in terra e nessun attrezzo che possa garantire un minimo di igiene … beh: questa è la scuola di estetica. Cisca è stata iscritta e, come accade per le altre scuole, il materiale didattico deve essere procurato dall’alunno stesso. E così, dopo quasi due mesi, ci accorgiamo che i costi per i prodotti sono esorbitanti: superano i 50 dollari al mese. Vado con l’incaricata del settore scuola della nostra opera, parliamo con l’insegnante e questa assicura che la ragazza porta i soldi che sono richiesti e scritti sul suo diario. Vedendo la classe(?!?) mi domando come una sola ragazza possa consumare tutti quei prodotti. In una riunione con gli educatori espongo un mio dubbio: non siamo per caso benefattori di tutte le ragazze che partecipano a questa formazione? Il dubbio diventa certezza quando abbiamo la conferma che i prodotti acquistati da Cisca servono per tutte le altre alunne. Insomma: una per tutte, ma non tutte per una.

Visto che quando torna da scuola Cisca non fa niente e non collabora con nessuno per i lavoretti di casa, abbiamo cercato un’altra soluzione. Sappiamo che la sorella della moglie del colonnello che abita vicino alla Casa S. Cuore ha un salone di bellezza e di acconciature, pensiamo di chiederle se può accoglier Cisca in modo che impari bene il lavoro e si trovi nello stesso tempo in un ambiente più protettivo ed educativo. Ma la moglie del colonnello è in Sud Africa. Allora oggi vado da sua cognata per proporle la soluzione. Scopro che il salone è suo e si dimostra apertissima ad accogliere Cisca. Poi srotola la sua vita e mi dice che fa volentieri questo favore perché anche lei ha vissuto una infanzia e una adolescenza molto critiche. Arriva anche il marito e assieme raccontano la loro storia. Ve la risparmio, ma devo dirvi che sono uscito da quella casa con il cuore che aveva solo un sentimento di ringraziamento al Signore. Tra poco vado all’adorazione eucaristica e lì dirò espressamente grazie al Signore per questa gente aperta e vogliosa di fare del bene. Peccato che siano pochi… Pensavo che il Signore attende sempre dietro l’angolo, ma invece è ovunque. Forse non ce se ne accorge. Così il secchio nel bagno è solo un piccolo disguido da risolvere e la mancanza d’ igiene in cucina passa in secondo piano.

Domani abbiamo una convocazione alla polizia dei minori per la storia, triste, di uno dei nostri ragazzi che ha violentato una bambina di 4 anni. Che Dio ce la mandi buona. E’ comunque sicuro che ci affideranno di nuovo il ragazzo.

Lascio a voi immaginare quanto ci sia da fare soprattutto nel campo della educazione e della formazione dei giovani. Permettetemi però di fare affidamento ancora una volta sulle vostre preghiere. Vi ringrazio per queste, per la vostra amicizia e per la vostra solidarietà. Un caro saluto a tutti.

Giovanni Pross