Lavoro in carcere

L’art. 15 dell’ordinamento penitenziario, legge 26 luglio 1975 n. 354, individua il lavoro come uno degli elementi del trattamento rieducativo stabilendo che, salvo casi di impossibilità, al condannato e all’internato è assicurata un’occupazione lavorativa.

L’art. 20 dell’ordinamento penitenziario definisce le principali caratteristiche del lavoro negli istituti penitenziari.

  • E’ obbligatorio per i detenuti condannati e per i sottoposti alla misura di sicurezza della colonia agricola e della casa di lavoro. Negli istituti penitenziari deve essere favorita la destinazione dei detenuti e degli internati al lavoro e la loro partecipazione a corsi professionali. In questo senso, possono essere stipulati rapporti con aziende pubbliche o con aziende private convenzionate e con l’ente Regione al fine di organizzare negli istituti lavorazioni o corsi di formazione professionale.

L’organizzazione di attività lavorative rappresenta, quindi, un obbligo di fare per l’Amministrazione penitenziaria.

  • Non ha carattere afflittivo. Non rappresenta pertanto un inasprimento della pena, ma è considerato una forma di organizzazione necessaria alla vita della comunità carceraria. Carattere che ricalca i contenuti dell’art. 71 delle regole minime Onu ed è confermato dell’articolo 26,1 delle regole penitenziarie europee – adottate con la raccomandazione R 2006 2 del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, che considerano il lavoro elemento positivo del trattamento.
  • E’ remunerato. Il compenso è calcolato in base alla quantità e qualità di lavoro prestato, in misura non inferiore ai 2/3 del trattamento economico previsto dai contratti collettivi nazionali. Sono riconosciute, inoltre, le medesime garanzie assicurative, contributive e previdenziali di quelle previste in un rapporto di lavoro subordinato (art.20, co. 2 ord. penit. art. 76 reg.min.Onu e art. 77 reg. penit. eur.).

L’organizzazione e i metodi devono riflettere quelli della società libera: per preparare i detenuti alle normali condizioni del lavoro libero e favorirne il reinserimento sociale (art. 20 ord. penit., art. 72 reg.min. Onu e dall’art. 73 reg. penit. eur.).

La retribuzione del detenuto lavoratore è definita dalla legge come mercede: l’art. 22 dell’ordinamento penitenziario stabilisce che “Le mercedi per ciascuna categoria di lavoranti sono equitativamente stabilite in relazione alla quantità e qualità del lavoro effettivamente prestato, alla organizzazione e al tipo del lavoro del detenuto in misura non inferiore ai due terzi del trattamento economico previsto dai contratti collettivi”.

LAVORO PENITENZIARIO INTRAMURARIO

  1. Lavoro alle dipendenze dell’amministrazione penitenziariaLa sua organizzazione e gestione è riservata dall’art.47 regolamento di esecuzione ( D.P.R.30 giugno 2000 n.230) alle direzioni degli istituti che devono uniformarsi alle linee programmatiche dei provveditorati.
    Sono:

    • le lavorazioni per commesse dell’amministrazione stessa, vale a dire forniture di vestiario e corredo, di arredi e quant’altro destinato al fabbisogno di tutti gli istituti del territorio nazionale. Attualmente sono presenti quindici tipi di lavorazioni per commesse che occupano principalmente sarti, calzolai, tipografi, falegnami e fabbri.
    • i lavori delle colonie e dei tenimenti agricoli che occupano detenuti e internati con varie specializzazioni, come apicoltori, avicoltori, mungitori, ortolani.
    • i lavori domestici cioè le attività necessarie al funzionamento della vita interna dell’istituto, tra cui:
      • i servizi d’istituto – attività di cuochi e aiuto cuochi, addetti alla lavanderia, porta vitto, magazzinieri
      • i servizi di manutenzione ordinaria dei fabbricati (MOF), cui vengono assegnati detenuti con competenze più qualificate (acquisite anche a seguito di corsi professionali interni) come elettricisti, idraulici, falegnami, riparatori radio – tv , giardinieri, imbianchini.
      • alcune mansioni retribuite dall’amministrazione, esclusive dell’ambiente penitenziario. Tra cui
        • lo scrivano, addetto alla compilazione di istanze e alla distribuzione di moduli
        • il piantone, assistente di un compagno ammalato o non autosufficiente
        • lo spesino, incaricato di raccogliere gli ordini di acquisti dei compagni e alla loro distribuzione.
  2. Lavoro alle dipendenze di terziLe lavorazioni possono essere organizzate e gestite da imprese pubbliche e private, in particolare da cooperative sociali in locali concessi in comodato dalle direzioni (art.47 regolamento di esecuzione). I rapporti tra la direzione e le imprese sono definiti con convenzioni.
    In questi casi il rapporto di lavoro intercorre tra il detenuto e le imprese che gestiscono l’attività lavorativa mentre il rapporto di queste ultime con le direzioni è definito tramite convenzioni.
    I datori di lavoro devono versare alla direzione dell’istituto la retribuzione dovuta al lavoratore, al netto delle ritenute di legge, e l’importo di eventuali assegni familiari.L’art. 47 RE consente di stipulare convenzioni con cooperative sociali anche per servizi interni, come quello di somministrazione del vitto, di pulizia e manutenzione dei fabbricati.

    Di grande rilievo, in tema di lavoro penitenziario, è stata la legge 22 giugno 2000 n. 193, c.d. Legge Smuraglia, che ha modificato la definizione di persone svantaggiate contenuta nella disciplina sulle cooperative sociali, con l’aggiunta, alle categorie già contemplate dall’art. 4 L. 8 novembre 1991 n. 381, delle “persone detenute o internate negli istituti penitenziari”.
    La legge ha inoltre esteso il sistema di sgravi contributivi e fiscali, già previsto in favore delle cooperative sociali, alle aziende pubbliche o private che organizzino attività produttive o di servizi all’interno degli istituti penitenziari, impiegando persone detenute o internate.

LAVORO ESTERNO AL CARCERE

L’art. 21 dell’ordinamento penitenziario è uno strumento che consente ampia operatività

  • possono essere ammessi al lavoro all’esterno condannati, internati ed imputati sin dall’inizio della detenzione per svolgere attività lavorativa, comma 1
  • frequentare corsi di formazione professionale, comma 4-bis.
  • prestare attività a titolo volontario e gratuito in progetti di pubblica utilità in favore della collettività da svolgere presso lo Stato, le regioni, le province, i comuni, le comunità montane, le unioni di comuni, le aziende sanitarie locali, o presso enti o organizzazioni, anche internazionali, di assistenza sociale, sanitaria e di volontariato, comma 4-ter introdotte dalla legge n.94 del 9 agosto 2013.
  • prestare la propria attività a titolo volontario e gratuito a sostegno delle vittime dei reati da loro commessi, comma 4-ter introdotte dalla legge n.94 del 9 agosto 2013 convertito nella legge n. 94/2014.
    La  norma prevede che si applichi, in quanto compatibile, la disciplina generale di riferimento del lavoro di pubblica utilità, di cui all’art. 54 del D.Lgs. 274/2000. Tuttavia il lavoro di pubblica utilità ha natura di sanzione sostitutiva, dunque non carceraria. Di recente sono stati sottoscritti protocolli tra il Ministero della Giustizia, l’ANCI e alcuni tribunali di sorveglianza per favorire l’applicazione dell’art.21co.4-ter.

Limiti per l’ammissione al lavoro all’esterno

I condannati per reati associativi o altri altri di grave allarme sociale indicati nei commi 1, 1-ter e 1-quater dell’art. 4-bis dell’ordinamento penitenziario, possone essere assegnati al lavoro all’esterno, solo dopo aver espiato almeno un terzo della pena o comunque di non più di cinque anni.

Gli ergastolani vi possono essere ammessi dopo almeno dieci anni di pena.

Non possono essere assegnati al lavoro all’esterno per svolgere lavori a titolo di volontariato i detenuti e gli internati per il delitto di associazione di stampo mafioso (articolo 416 bis c.p.) e per reati commessi per favorire le attività di stampo mafioso.

Procedura per l’ammissione

Il lavoro all’esterno è proposto dal direttore dell’istituto ed approvato dal Magistrato di sorveglianza qualora si tratti di condannati o internati. È proposto dal direttore dell’istituto previa approvazione dell’autorità giudiziaria competente nel caso di imputati.

Le disposizioni previste dall’articolo 21 possono essere applicate per l’assistenza all’esterno dei figli minori di anni dieci (art 21-bis) e per consentire visite al minore infermo (art 21-ter).

Struttura di riferimento

Legislazione

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Progetto acqua pulita… e buona per tutti

Arcidiocesi di Beira (Mozambico).

claudio«La nostra non è una guerra per l’acqua – afferma l’arcivescovo di Beira mons. Claudio Dalla Zuanna –, come qualcuno prevede accadrà a breve altrove, disastrosamente e a livello planetario, ma molto più semplicemente una piccola e quotidiana battaglia per ottenere ed utilizzare dell’acqua pulita e difendersi dalle conseguenze fastidiose e talvolta nefaste delle malattie causate dalle amebe e dai parassiti o vermi intestinali». L’acqua è vita e la costruzione o il ripristino di pozzi d’acqua in Africa, rappresentano la speranza che l’acqua divenga per tutti un reale diritto fondamentale ed universale. L’iniziativa tra ispirazione dal Giubileo della misericordia voluto da papa Francesco, volendo cosi rispondere all’invito evangelico  “date da bere agli assetati”, una delle opere di misericordia presenti al capitolo 25 del Vangelo di Matteo.

Papa Francesco chiede nella enciclica Laudato si’ al n. 30 che l’acqua sia disponibile per i poveri, perché «negare loro l’accesso all’acqua potabile, significa negare il diritto alla vita radicato nella loro inalienabile dignità».  Dare da bere agli assetati significa in primis procurare acqua a chi ha sete vera, dati ufficiali Onu ricordano che oltre due miliardi di uomini e donne per mancanza di acqua vivono in condizioni sanitarie che rendono le loro esistenze precarie e ne abbreviano la durata. Dunque l’acqua è un diritto, non una merce da mettere sul mercato, e il poter usufruire dell’acqua per dissetarsi e vivere degnamente è un diritto essenziale all’uomo!

goccia-acquaIl progetto “Acqua pulita… e buona per tutti” nasce per volere di mons. Claudio Dalla Zuanna, l’attuale arcivescovo di Beira, la seconda città più importante del Mozambico con l’obiettivo di portare l’acqua nelle zone più povere e abbandonate della sua diocesi, dove la prima causa della mortalità infantile è riconducibile alla mancanza di acqua potabile.

Grazie alla collaborazione di alcuni volontari italiani, tecnici esperti in materia, si sta approntando un camion munito di trivella e di quanto necessario per la costruzione di pozzi nelle varie missioni della diocesi, pozzi che saranno affidati alle comunità cristiane del territorio che provvederanno a garantire l’uso dell’acqua a tutti e alla opportuna manutenzione del pozzo e della pompa.

Il costo complessivo per la costruzione di un nuovo pozzo è di circa € 5.000

  • La sola perforazione con la base in cemento € 3.500 
  • La pompa manuale e la tubazione necessaria € 1.500

Come aiutarciPuoi sostenere il progetto acqua pulita… e buona per tutti”, inviando la tua offerta sicura con un bonifico. Vedi qui come fare.

Vedi anche il progetto promosso da Amici per l’Africa Trebaseleghe, Onlus: Foglietto progetto Trivella

grazie mission