MISSIONE: voce del verbo “andare”

padre Giovanni ProssIl verbo andare è il verbo tipico della missione. Sempre mi rimanda a p. Dehon: ‘andate al popolo’. Nello stesso tempo richiama in me il suo contrario: venite a me voi tutti che siete affaticati ed oppressi…. Un Gesù che continua a camminare, a incontrare la gente,… Insomma: è sempre una missione. Andare a Gesù per assimilare il suo rapporto col Padre, il suo atteggiamento nei confronti della gente, di tutti, ma soprattutto l’atteggiamento verso gli ultimi. Andare a Gesù per entrare in comunione con Lui, aggiustare i battiti del nostro cuore sui battiti del suo cuore, in un certo senso, identificarsi con Lui. Come avviene questo? L’atteggiamento di Gesù verso suo Padre ce lo insegna. Avviene nel silenzio, forse nella notte, nell’ascolto del suo disegno. Avviene nel famigliarizzare talmente con la sua parola, al punto da sentirla riecheggiare in noi lungo tutta la giornata, suggerire decisioni, consigliare movimenti.

Andate.

Va’ e non peccare più: hai la missione di annunciare un Dio che perdona.

Va’, la tua fede ti ha salvato: annuncia un Dio che salva

Va’ e anche tu fa lo stesso: diventa samaritano di chi è nel bisogno

Va’, vendi tutto quello che hai, dallo ai poveri…: annuncia che la sola ricchezza è Dio e il suo regno.

Mi sembra di capire che la missione (“mittere” è un verbo di movimento) è mettersi in piedi, percorrere le strade della gente, e fare il Samaritano. E’ farsi vicino, non tanto aspettare che qualcuno arrivi. E’annunciare,  perdonando, che il nostro Dio è un Dio che perdona, che salva, che non ci pesa sulla ricchezza che possediamo.

Chi arriva a casa mia, spesso viene per chiedere. Soldi, servizi, cose materiali… I carcerati non possono venire da me. Sono rinchiusi. Sono io che vado da loro, mi avvicino alla loro situazione, sento  l’odore del loro corpo e del loro alito. E incomincio a capire appena appena qualcosa.

Non posso pretendere che un ragazzino triste, se ha un problema di vita nel cuore, una esclusione dalla famiglia, un’accusa gratuita di stregoneria venga a me, bianco e ‘padrone’, a raccontarmi la sua sofferenza. E’ piuttosto un mio sorriso, una carezza timida, un semplice ‘come stai?’ che gli fa capire di poter fidarsi di me. E se sono andato da Gesù, se il mio frequentare la sua parola è realtà della mia vita, Gesù è con me, assieme al carcerato e al ragazzo escluso.

Bisogna andare. 

Uscire dalla sacristia, che per noi può essere la paillotte, luogo dove si passano ore a parlare di niente, a guardare fotografie, con persone che conosciamo, che ci stimano, persone perbene, che stanno volentieri con noi e con le quali condividiamo facilmente ciò che possediamo.

Uscire dai nostri ambiti abituali e mettersi accanto. Guardando e ascoltando.  Per i nostri giovani in stage (formazione) sembra che ci sia solo il ruolo di ‘capo’. Capo dei giovani dei movimenti cattolici della parrocchia, della corale, dei chierichetti… Insomma, presenza con gente che è già attorno a noi, che ha già superato problemi esistenziali di mancanza di cibo o di istruzione.

Ma la nostra presenza è qualcosa di evangelicamente qualificato, quando è in mezzo a giovani che non conoscono i canti liturgici, le prove per le celebrazioni solenni, il profumo dell’incenso, la preghiera prima delle lezioni… Questo, credo, è andare al popolo, uscire dalla sacristia.

E’ una spola continua: andare a Cristo e alla gente, E’ tornare a Cristo assieme alla gente. E’ fare comunione con Lui e con la gente.

padre Giovanni Pross