Ottobre, i Pigmei e la dimensione tempo

Ottobre, i Pigmei e la dimensione tempo

Padre Renzo Busana SCJ tra pigmei di Babonde

A quando l’inizio dell’anno scolastico? Verrebbe di rispondere velocemente: In settembre naturalmente!
Già, sul calendario e sulla carta è così, la realtà in effetti è molto più complessa e variegata. Giusto la settimana scorsa, a ottobre inoltrato i responsabili della “pastorale pygmei” nel settore scuola, si sono incontrarti per fare il punto della situazione e dare il via alle attività di alfabetizzazione e scolarizzazione dei bambini pigmei.

Occorre una cura particolare per i bimbi pigmei in quanto marginalizzati ed economicamente al di fuori del circuito normale della maggioranza della popolazione di ceppo bantu. Hanno delle abitudini seminomadi, sono sempre in difficoltà nell’entrare a scuola, nel perseverare e nel terminare l’anno.
Spesso i genitori sono nell’incapacità di aiutarli anche se possono desiderare la scolarizzazione dei loro bimbi.


Quindi l’anno scolastico inizia a settembre, a ottobre o un pò più avanti?

Come sapete bene la nozione di tempo in foresta è un concetto relativo, difficilmente catalogabile con i mesi lunari seguendo il calendario. In questo momento, ottobre, è terminata la stagione dei bruchi che si raccolgono e mangiano in quanto ricchi di proteine, per quel che riguarda il gusto, beh non è da discutere ed in ogni caso ci si abitua.

Dopo i bruchi viene la stagione delle pioggie, quelle abbondanti precedute da un forte vento capace di scoperchiare i tetti delle case.
A voler seguire i pigmei,

e gli si può far fede, dopo i bruchi viene il periodo dei fungi ed in seguito, con la stagione secca, si potranno raccogliere i pesci approfittando dei ruscelli ormai in scarsità d’acqua. Un pò più tardi sarà il momento del miele di foresta e del ringraziamento a Dio perchè in ogni momento, attraverso la natura, elargisce i suoi abbondanti doni ed il cibo. Quindi verranno le formiche volanti nelle notti precedute dalla pioggia, catturate attorno a dei fuochi accesi apposta per attirarle in grande numero, anch’esse molto saporite.

In questo contesto parlare dell’inizio ufficiale delle lezioni il giorno 4 del mese di settembre suona giusto come una sommaria indicazione. Nei villaggi dell’interno gli insegnti potranno sedere per lunghe giornate all’interno di aule completamente vuote attendendo l’iscrizione e l’arrivo degli alunni, che siano bantu o pigmei poco importa e poco cambia.
L’arrivo dei primi tra di essi darà l’annuncio reale che il tempo della scuola è davvero cominciato, il tempo di cercare l’uniforme (il grembiule scolastico) i quaderni e le penne.

Senza ansia, senza patemi per un ritardo che non è immediatamente comprensibile anche perchè spesso l’aula è da rifare e i banchi, fatti di legno dolce locale, da produrre di nuovo.

Coloro che siederanno a lezione, provenienti da famiglie per lo più numerose, saranno spesso solo alcuni tra i pochi fortunati scelti o selezionati tra i molti in età scolare. I restanti fratellini e sorelline andranno a scuola in uno degli anni a seguire, il tutto senza troppo drammatizzare (purtroppo!). Difficile infatti pensare a tutti allo stesso momento provvedendo il necessario. Che qualche bambino più grande rimanga a casa è infine utile se non indispensabile per le molte faccende e soprattutto per accudire i fratellini più piccoli liberando un pò la mamma oberata dalle mille preoccupazioni e dai lavori dei campi.

Ebbene, per ritornare all’incontro di ottobre con gli insegnanti della “pastorale pigmei” e ai bimbi pigmei, con grande soddisfazione anche quest’anno, come nell’edizione 2016/2017 siamo riusciti ad accogliere in classe e far accedere all’insegnamento scolastico all’incirca 550 bambini e bambine soprattutto nei primi tre anni di scuola primaria (elementare), distribuiti o sparpagliati su 24 differenti siti. Alcuni di questi siti sono delle scuole normali di bimbi bantu, dove i bambini pigmei sono facilitati ad inserirsi. Altri siti sono delle apposite aule costruite in prossimità dei loro accampamenti. Tutti potranno avere quaderni e penne, un buon numero riceverà l’uniforme e i loro insegnanti saranno sostenuti economicamente con una piccola ricompensa, poiché nella Repubblica Democratica del Congo è compito dei genitori provvedere al salario di un gran numero di insegnanti. Qualche libro di testo è stato procurato, le lavagne, i gessi, i banchi. Pochissimi tra i bambini pigmei sono coloro che perseverano fino al quinto e sesto anno della scuola primaria, tuttavia con grande soddisfazione una decina di ragazzi e ragazze sono già inseriti alla scuola secondaria/superiore con la speranza che in un futuro prossimo saranno loro stessi gli insegnanti dei loro piccoli fratelli. Dobbiamo ringraziare in questo i gruppi e le associazioni che ci sostengono assieme a tante persone di buona volontà e di buon cuore.

Tutto lascia ben sperare anche se sappiamo che il compito dell’educazione e dell’istruzione è un lavoro di lunga lena e appunto…  non ha tempo! Noi cerchiamo di piantare semi con abbondanza sperando e sapendo che il “padrone della messe” farà crescere e maturare con altrettanta abbondanza a tempo voluto.

http://karibubabonde.blogspot.it/2017/10/ottobre-i-pigmei-e-la-dimensione-tempo.html

 

Decima edizione del Premio Carlo Castelli per la solidarietà “Libertà perduta, libertà sperata: come riconquistarla?

 

Daniele Carli, ha vinto il secondo premio con “Libero sono libero”. Conclude il suo brano: “Forse c’è un messaggio segreto in tutto questo: mi è capitato perché capissi qualcosa. Sono arrivato perfino a pensare di averlo voluto io. A pensarci bene, da tempo, fuori, una parte di me pensava di scoprire un altro modo di guardare le cose, di fare un’altra vita. Ora tutto mi sembra quadrare. Finalmente sono libero”.

LIBERO, SONO LIBERO

Come in una partita a scacchi, troppe volte nella vita è facile trovarsi prigionieri delle nostre scelte, finendo in “scacco”. Ci sono giocatori bravi, bravissimi, che riescono a fatica ad evitare il “matto”, altri meno bravi o distratti che non ci riescono proprio. Per fortuna a me è successo di prendere scacco matto senza morire, senza che la partita terminasse. L’epilogo l’8 agosto 2016. Ricordo benissimo: mi alzai dal tavolo, che ospitava la “scacchiera”, e spostai la sedia delicatamente, facendo attenzione che tutto rimanesse al suo posto. Poggiai le mani aperte sul tavolo e in automatico, a causa della forza opposta, la stessa si spostò all’indietro lasciandomi lo spazio per alzarmi. Un passo, e le due gambe ben dritte si trovarono libere. Libere di essere guidate dalla testa, verso la mèta più giusta da raggiungere in quel momento. C’era da scontare la pena inflittami per bancarotta. Un viaggio di circa 50 minuti, il tempo di percorrere i 65 Km che separano Empoli da Pisa, dove per la legge mi dovrò domiciliare per i prossimi 5 anni. Sono passati oltre 200 giorni, da quando mi sono liberato di quella zavorra che mi portavo addosso da oramai 12 anni. 144 mesi di attesa dei tre gradi di giudizio, senza risolvere niente.

 

Spesso, dal 18 maggio 2016, giorno della sentenza in Cassazione, mi son detto: “ma se non mi fossi avvalso dei 3 gradi di giudizio, da quanto tempo avrei finito? …”. Invece eccomi, 12 anni di libertà apparente, conclusi con la libertà negata, perdi più rinchiuso. La ragione per cui sono in carcere è che… cosa importa? Son qua. La

detenzione, se non ho capito male dovrebbe redimere, anzi togliere la mia “malattia” a delinquere. Dovrebbe farmi render conto del reato fatto e capire la mia colpevolezza: “Mutando” me. Ebbene sì, dopo alcuni mesi di trattamento il mio corpo non è più assolutamente lo stesso. Non è più quello che conoscevo e ogni giorno mi accorgo di qualcosa che cambia. Mi sembra di essere un mutante come il protagonista di un banalissimo film di fantascienza. I miei sensi hanno perso il loro senso. Il tatto è mutato, ottuso, così come la mia capacità di sentire odori e sapori. Le unghie non sono più capaci di intaccare la buccia di un mandarino. Il nervoso è talmente alto che la sigaretta non basta più a reprimerlo. Anche i denti provati dagli anni che inesorabili passano, rimangono sempre più indifesi dai colpi inflessibili e inesorabili inflitti dal tabacco e dalla resistenza delle unghie. Le dita dei piedi sono spesso informicolite. Il peggio è la testa, talvolta ho l’impressione che non “quagli” più, che non sia più in grado di pensare, mi sembra incapace degli esercizi più elementari. A volte ho l’impressione di essere in una specie di trans. La distanza tra il bagno e la branda sembrano 500 metri, il luogo dell’ora d’aria mi diventa un viaggio da valutare attentamente. Gli occhiali: godo di averne un paio con cui leggere e scrivere, prima disprezzati come simbolo del tempo che passa. L’idea di perderli sta diventando un’ossessione. Di tutte le cose che ho avuto nella vita mi pare che gli occhiali siano diventati l’oggetto a cui tengo di più. Guardo i miei occhiali e mi sembrano un tesoro. Leggo molto ma senza digerire, senza ricordare. Leggo col solo piacere del momento. La cosa più strana, comunque, è che anche il mio carattere sembra mutare. Sono diventato titubante nel prendere decisioni, mi sento fragile, vulnerabile. Questo luogo ha avuto il potere di cambiare le mie disposizioni d’animo. Per tutta la vita sono sempre stato impulsivo, decisionista, carismatico; forte, invincibile. La mia mente sta diventando sempre più ottusa. Devo comunque dire che all’inizio di questa “terapia” ero molto instabile: un pensiero negativo che mi veniva in testa diventava subito una tempesta, ogni voce era un grido, la difficoltà di uno scalino mi appariva quella di una montagna. Una semplice conversazione con qualcuno mi lasciava scosso, non per quel che era stato detto, ma perché avevo l’impressione di essere come un barile pieno a metà. Una volta toccato, continuavo a “sciaguattare” e a, “risciaguattare”.

Un lunedì, partecipando a un corso di meditazione organizzata dall’area educativa ho imparato che per acquietare la mente la cosa importante non è resistere ai pensieri che inesorabili insorgono in me, ma prenderne coscienza è accettare che ci sono: ho constatato che è più facile che se ne vadano così, piuttosto che cacciarli. Ho provato, e sono riuscito a trovare uno strano; precario, ma “piacevolissimo” equilibrio. I terremoti giornalieri ovviamente sono all’ordine del giorno. Al mattino alzandomi sento sempre in agguato l’ombra della depressione, ma è solo una sfumatura scura che riesco lentamente a disperdere pensando a quei pesi del mondo che fuori mi dovrei ogni giorno sobbarcare.

Ci sono momenti in cui la sfumatura svanisce per lasciare il posto al “sogno” di tornare al peso del mondo sulle spalle e disperdere quella ossessione di inutilità in cui sono immerso.

Un altro aspetto del mio nuovo mondo è il diverso rapporto che ho con il tempo: Affascinato come sono sempre stato dalla vita, ho preso il presente solo come materiale di cui liberarmi immediatamente una volta fosse diventato passato. Prendo il presente ora per ora, giorno dopo giorno. Se sono stanco dormo, se non lo sono leggo, guardo fuori dalla finestra, scrivo, vivo questa esistenza miniaturizzata. “Sogno” quel che succede fuori da queste quattro mura, tentando di non dare importanza al presente.

Quando mi presentai al portone principale del “camposanto dei vivi” la decisione di passare questo periodo da solo, lontano da tutti, senza nessuno che potesse venirmi a trovare fu istintiva. “Ancora non sono riuscito a decidere se fosse saggia”. Ma la volontà di non volermi preoccupare più delle preoccupazioni altrui fu fortissima credendo che così facendo avrei potuto concentrare meglio tutte le mie energie, tutta la mia attenzione, su ciò che mi sarebbe capitato di lì alla fine. Come un vecchio veliero che, cercando di non andare a fondo in mezzo alla tempesta, butta a mare tutta la zavorra, pensavo che riducendo al minimo i rapporti umani con le persone care e carissime avrei potuto alleviare me e loro dal dolore di questa punizione. Rispettando tale proposito, il mio era diventato un mondo di silenzi, di ore vuote, di rigiri inutili. Un’instabile e monotona pace. Così ben presto “penna e calamaio” hanno preso il sopravvento e una lettera dietro l’altra hanno portato il messaggio contrario a ogni caro. Il martedì come orologi svizzeri eccoli a timbrare il cartellino del don Bosco, mamma, babbo, una volta al mese Cinzia, mia sorella, con l’instancabile marito Alessandro, Katia mia moglie e Stefano mio figlio. Le giornate intanto scorrono e tra l’impegno come volontario bibliotecario/scrivano, il lavoro di inserviente di cucina, un corso di scrittura e l’altro, i giorni si susseguono.

Mentre scrivo le “stecche” sono arrivate a 260. Spesso, passo il tempo a guardare dalla finestra il mutare di una casa grigia nella grande luminosità del giorno, splendida come un cero ardente la sera quando, appena dopo il tramonto, gli si accendono le finestre come volesse diventare una torcia per rischiarare le mie notti insonni. Disprezzo questa nuova condizione. Questo non dover parlare di attualità, di politica, non dover andare a cena o a pranzo con qualcuno, non dover ricorrere alla parte che ho interpretato per tutta la: vita: Non mi piace dover recitare lo stesso repertorio tutti i giorni. Quante chiacchiere ho fattoti. Quanta gente ho incontrato e intrattenuto a cena con storie e impressioni che andavano via con la stessa intensità delle bottiglie di vino. Oggi mi trovo con “la stessa gente”; senza chiacchiere e senza bottiglia di vino. La condivisione di un pasto cucinato al “fornellino blu” e la bottiglia d’acqua bevuta “a boccia” posata sul pavimento del “loculo” a me assegnato, hanno preso il loro posto. Alcune volte : detesto essere stato un commerciante, un imprenditore, un dirigente con la continua ossessione di fare sempre di più. Ora non c’è più da essere; ricordato, accettato, qui c’è da lottare per arrivare a domani con la testa ancora abile. Il Daniele che fu è finito, spento, quel me lì non c’è più, bruciato vivo dalla legge uguale per tutti e sepolto nel cimitero dei vivi assieme a personalità di ogni razza e religione, tossici ed ex tossici, delinquenti abituali e seriali, estorsori, sfruttatori della prostituzione, pedofili e chi più ne ha più ne metta. Avevo sempre scherzato dicendo che il mio sogno era chiuder bottega, tirar giù il bandone e scriverci: “Sono in vacanza fino a data da destinarsi”. Dio mio, ce l’ho fatta, il, bandone è giù. Esco dal loculo tenendomi il più dritto possibile, sorridendo a tutti. A chiunque mi chiede come sto, rispondo “Bene! “, con un sorriso divertito; spesso ricambiato a chi non è costretto a compiangermi e può risparmiarsi le solite banalità vagamente consolatorie per contribuire a farmi star realmente bene.

Da qualche giorno ho cominciato a prendere questa carcerazione come un ostacolo messomi sul cammino perché imparassi a saltare. La questione è se sono capace di saltare verso l’alto o solo di lato o, peggio ancora, in giù. Forse c’è un messaggio segreto in tutto questo: “M’è venuta perché capissi qualcosa!”. Sono arrivato persino a pensare inconsciamente di averlo voluto io. A pensarci bene, da tempo, fuori, una parte di me pensava di uscire dalla routine quotidiana, di rallentare il ritmo delle giornate, di scoprire un altro modo di guardare le cose: di fare un’altra vita. Ora tutto mi sembra quadrare. Finalmente sono libero.